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Don Primo Mazzolari:

Don Primo Mazzolari (Cremona, 13 gennaio 1890 – Bozzolo, 12 aprile 1959) è stato un presbitero, scrittore e partigiano italiano.

Conosciuto come il parroco di Bozzolo, fu una delle più significative figure del cattolicesimo italiano nella prima metà del Novecento. Il suo pensiero anticipò alcune delle istanze dottrinarie e pastorali del Concilio Vaticano II (in particolare relativamente alla "Chiesa dei poveri", alla libertà religiosa, al pluralismo, al "dialogo coi lontani", alla distinzione tra errore ed erranti), tanto da venire definito "carismatico e profetico".

Sul piano politico, infine, i suoi atteggiamenti e la sua predicazione espressero una decisa opposizione all'ideologia fascista e ad ogni forma di ingiustizia e di violenza (tra l'altro nascose e salvò, durante la guerra, numerosi ebrei e antifascisti, come, dopo di essa, anche alcune persone coinvolte nel fascismo ingiustamente perseguitate).

NEL 1970 Paolo VI, ricevendo in udienza i parrocchiani di Bozzolo ebbe a dire:

- “ Coltivate la memoria di don Primo e imitate il suo amore e la sua fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. C’è chi dice che Noi non abbiamo voluto bene a don Primo, no gli abbiamo voluto molto bene…il fatto è che lui camminava avanti con passo troppo lungo e spesso non gli si poteva tener dietro…e così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche Noi…è il destino dei profeti! “ -

- don mazzolari già nel 1952 predicava, solitario, per l'obiezione di coscienza al servizio militare , vedi il libro Tu non uccidere, ed. la locusta, vicenza:

Non è forse  una contraddizione che, dopo venti secoli di Vangelo, gli anni di guerra siano più frequenti degli anni di pace? Che sia tuttora valida la regola pagana si vis pacem para bellum?...che venga bollato come disertore, chi ripugnandogli in coscienza il mestiere delle armi, che è il mestiere di uccidere, si rifiuta al dovere? - Armando Mura

Destini

Da Bozzolo al Sulcis: I destini del mondo si decidono in periferia

21 giugno 2017 Di Carlo Cefaloni
Fonte: Città Nuova

  • Come capire oggi la profezia scomoda di Mazzolari e Milani? Il legame profondo con l’impegno a fermare le bombe verso i Paesi in guerra

Barbiana e Bozzolo, i due luoghi che Francesco ha voluto toccare nella mattina di un caldissimo 20 giugno del 2017, sono le sorgenti di una fonte che ha dissetato molte persone nel corso della nostra storia recente. Un fiume sotterraneo destinato a manifestarsi nelle scelte decisive di tante storie personali. Sono luoghi di inquietudine e solitudine che mal si conciliano con la retorica postuma così come le polemiche tra dotti ecclesiastici che pochi comprendono.

«Cosa siete andati a cercare nel deserto?». Un profeta resta scomodo. Abita in luoghi lontani da ogni effimero potere, estranei ad ogni “centro” ma «i destini del mondo si maturano in periferia», secondo la citazione di don Primo scelta da Francesco.

Se non vogliamo fermarci alla celebrazione e al ricordo, bisogna leggere le periferie del nostro tempo segnato da quella pulsione alla guerra che i due preti, vissuti nel mezzo del secolo breve, hanno affrontato alimentando la fragile forza della coscienza.

L’esegesi di quelle vite controcorrente non può che partire dall’esistenza delle persone che oggi cercano di resistere alla banalità del male.

Coloro che accolgono gli esclusi della Terra in fuga da miseria e terrore. E quelli che non si sentono a posto se dal loro Paese partono armi destinate a creare morte e distruzione.

Francesco a Bozzolo ha indicato tre  strade che possiamo percorrere in direzione antievangelica. Quando, cioè, ci rinchiudiamo nell’attivismo elitario e solitario delle sigle cattoliche (attivismo separatista) o ci rifugiamo nello spiritualismo che ci estrania dal mondo (soprannaturalismo disumanizzante) o, infine, restiamo alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani accontentandoci di criticare  senza una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi (lasciar fare).

Come abbiamo cercato di argomentare su Città Nuova, il Sulcis Iglesiente è oggi una delle periferie dove si decide il destino del mondo. È in questo luogo di antiche miniere che una fabbrica dal 2001 produce bombe da aereo, che ora arrivano anche alla coalizione saudita impegnata nella guerra nello Yemen. Uno dei tanti conflitti dimenticati ma che, secondo i dati di Amnesty International, ha provocato da marzo 2015 la morte di 4.667 civili. Altri 8.180 sono rimasti feriti, 2 milioni di persone sono attualmente sfollate internamente dai combattimenti, 2 milioni di bambini non possono andare a  scuola, 18,8 milioni di persone – tra cui 9,6 milioni di bambini – necessitano di assistenza umanitaria – cibo, acqua, rifugio, carburante e servizi sanitari. 1.476 bambini sono stati poi reclutati come soldati, senza dimenticare l’epidemia di colera ormai in atto.

Si poteva lasciar fare, restare indifferenti e rifugiarsi in qualche pratica consolatoria e alienante; e invece semplicemente degli  esseri umani, cattolici come credenti in tanti modi, hanno costituito un comitato eterogeneo che chiede la riconversione economica di quel territorio per non sottostare al ricatto tra il lavoro e la propria coscienza e dignità.

Il 21 giugno, giorno successivo al  pellegrinaggio papale, associazioni e movimenti di diversa estrazione si ritrovano, assieme al comitato sardo per la riconversione, per chiedere, con una conferenza stampa, un atto coerente al Parlamento italiano: perché ponga fine al trasferimento di bombe destinate alla guerra yemenita, e applichi la legge 185/90 che vieta tali traffici e prevede l’alimentazione di un fondo per la riconversione al civile della produzione bellica.

Sul piatto della bilancia queste azioni sembrano non avere grande peso, se solo le si raffronta con il mercato mondiale degli strumenti di morte o il recente tour del presidente Usa – che ha continuato la pratica dei suo predecessori di vendere armi per miliardi di dollari alla monarchia saudita. Ricercatori, studiosi, politici e attivisti di ogni genere non pesano più di quanto contassero i montanari del Mugello e i contadini della bassa padana.

La tentazione di rassegarsi alla sconfitta è incombente, ma per muoversi concretamente oltre l’indignazione bisogna attingere a quelle fonti che Francesco ha voluto mostrare.

In uno scritto poetico Mazzolari coglie una dimensione comune dell’impegno staccato da ogni aspettativa di vittoria:

«Ci impegniamo senza giudicare chi non s’impegna, senza accusare chi non s’impegna, senza condannare chi non s’impegna, senza disimpegnarci perché altri non s’impegna. Ci impegniamo perché non potremmo non impegnarci. C’è qualcuno o qualche cosa in noi, un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia, più forte di noi stessi».

Don Primo affermava il dovere della rivolta e definiva l’obbedienza indiscriminata come pagana. Parole scomode se diventano vita.

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Candalino, 29 luglio 1938

Caro Arciprete, ricevo dal sig. Gatti di Brescia i suoi I lontani e Tra l’argine e il bosco, penso me li abbia mandati o fatti mandare lei, e ne la ringrazio. Ho letto subito, con piacere, I lontani. Ma lei che è il parroco dei lontani, dovrebbe qualche volta discendere un po’ più al pratico e al concreto per dire come si possano praticamente attuare certi suoi bellissimi suggerimenti. Pure noi a Cremona non sappiamo come accostare o chiamare per parlarci ed acquistarci la grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici. Che cosa suggerirebbe lei per potere 'lasciarli parlare e parlare ad essi' – come lei suggerisce – cioè prima di tutto averli o accoglierli? La saluto e benedico di cuore con l’augurio sincero che i suoi scritti raccolgano il frutto da lei inteso, di richiamare i lontani e meglio orientare i vicini, senza invertire la parabola delle pecorelle smarrite. Aff.mo in Cristo

+ Giovanni Vescovo

Bozzolo, 5 agosto 1938

 

Eccellenza, La ringrazio d’aver letto benevolmente I lontani. Ella invita il parroco dei lontani 'a discendere un po’ al pratico e al concreto per dire come di possano praticamente attuare certi bellissimi suggerimenti'. L’invito mi viene da parecchie parti, specialmente da sacerdoti. Da tempo mi domando: cosa potrei fare per concretizzare il metodo d’accostamento appena designato nei miei scritti? Ho l’impressione – V. E. mi perdoni la franchezza – che tra noi si esageri il concetto di pratico fino a confonderlo col 'menar la mano' a chi deve fare, sollevandolo dallo sforzo di disporre animo e facoltà personali di fronte al mutevole materiale da elaborare spiritualmente. I suggerimenti, che mi son permesso di stampare, non sono costruzioni della mia fantasia, ma frutto d’esperienza sui lontani. Un’esperienza è sempre qualchecosa d’incomunicabile, cioè non si può copiare materialmente. Se, per esempio (perdoni se debbo ancora parlare di me) dovessi pubblicare gli appunti di certe mie conversazioni di quest’anno con gli intellettuali e gli operai di Bologna, Verona, Legnago ecc., molti – ne sono sicuro – li troverebbero stonati. Eppure, i 'lontani' capivano e seguivano. Dio mi guardi dal pensare che bisogna fare così: dico solo che bisogna mettersi sovra una strada che forse non è quella usata dai più: che anch’io sto cercando questa strada e che vorrei essere aiutato. La 'strada dei lontani' nessuno la può tracciare toponomasticamente, poiché, dopo aver visto o meglio intuito, il camminare è questione d’anima, di temperamento, di calore, di comprensione, d’audacia. Quello che va bene sulla bocca di uno, non può andar bene sulla bocca di un altro; quello che va bene oggi non va bene forse domani… C’è una tale varietà di bisogni nell’unico bisogno: di pregiudizi, di opinioni, di esigenze… Per me la 'pratica' è fare l’animo dell’apostolo: e l’animo può essere suggerito e guidato da indirizzi e suggerimenti altrui e da proprie esperienze, ma non imprestato. Purtroppo, oggi, ha preso piede un concetto di 'pratica' non spirituale, con danno immenso dell’iniziativa e spontaneità personale. Lo schema, la traccia, lo svolgimento, la strada già tracciata: ecco dove arriva la scuola, la rivista, il manuale. non va bene forse domani…». Tutte cose belle, perfette e scritte da grossi calibri della nostra coltura: ma sono appunto i grossi calibri che raramente raggiungono il bersaglio. Anche per la ragione che spesso non si mira alla vera conquista ma a un effetto esteriore, e quasi sempre precario anche se accompagnata da un episodio sacramentale. Chi sa di preciso dov’è 'religiosamente' il nostro popolo? Da quali lontananze bisogna farlo ritornare? Chi ha misurato la devastazione di certi pregiudizi politici derivanti da una confusione che non torna a bene e a onore di nessuno? La fatica del vivere quotidiano? Le ingiustizie spudorate e acclamate? I 'lontani' vogliono essere capiti: non importa se noi non siamo in grado di aiutarli. Non lo pretendono neanche: pretendono soltanto di vedere in chiarezza il volto di una religione, che in fondo stimano ancora e dalla quale si sono staccati per delusione d’innamorati. La prova è nell’esempio del Papa e di alcuni cardinali. Certe parole dette ultimamente a Roma e altrove hanno avvicinato più anime che non mille corsi di missioni e di settimane. M’avvedo che il discorso, appassionandomi, mi prende la mano. V(ostra) Eccellenza mi perdoni. Non cerco una mia giustificazione. Confesso una mia pena, non per quello che ha di personale, ma per quello che spesso ci impedisce di essere verso i 'lontani', invitanti e accoglienti. Con affettuosa venerazione.

Suo sac. Primo Mazzolari

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